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Sottotenente Mario Noro - 42° Corso AUC Aosta - 1966/Istruttore Pioniere CCS Btg. Susa

Non esprimo giudizi sul Comandante di Compagnia Cap. Nadalutti, il suo motto era “ stai punito” e scriveva il nome del punito sulla lavagna che aveva in ufficio. Sebbene Franco Giorgetta ed io fossimo stati assegnati alla Compagnia Comando, Franco non era quasi mai presente: i corsi roccia ed i corsi ski lo allontanavano spessissimo dalla caserma; lui era un esploratore, quindi tutto il peso della Compagnia era sulle mie spalle. Sul Monte Bianco Franco era stato compagno di cordata di Valter Bonatti in varie occasioni ed a volte era chiamato dal Colonnello Peyronel (Comandante del IV Reggimento Alpini con sede alla Monte Grappa a Torino) per fare delle ascensioni.

Puntualizzati alcuni aspetti, la Compagnia rispose sempre a tutte le esigenze. Al mio plotone pionieri venne assegnata l’esecuzione del “ Piano Difesa Caserma” in caso di allarme: io ero il Comandante e per ben due volte fummo premiati per aver schierato la Guardia in Caserma in un tempo inferiore a quello previsto.

Ma l’aspetto che più mi maturò fu il vivere sociale della Compagnia: condividere e risolvere i problemi quotidiani, mediare su certi aspetti, cercare una soluzione a tutti i costi, aiutarsi reciprocamente: ecco alcuni casi. Per sei mesi, tutte le sere, portare gli Alpini a scuola: erano analfabeti. L’aula era presso il Nizza Cavalleria – Divisione Cremona  e una settimana si e una no dovevo essere presente in aula per far mantenere la disciplina: le maestre erano appena diplomate. Durante il giorno chiamare qualche Alpino e farlo scrivere e leggere per migliorare la sua preparazione. Gli Alpini analfabeti provenivano dalla Valle Maira, Valle Varaita, Valle d’Aosta e alto Monferrato ed erano salmeristi e cucinieri. Questi quando ricevevano una lettera da casa mi chiedevano di leggergliela e la settimana successiva insieme rispondevamo: il prete del paese svolgeva la mia stessa funzione con la famiglia. Quando tornavano da un permesso o dalla licenza dovevo stare con loro a consumare quanto portato da casa; a fine corso superato l’ esame che “sbornia” tutti insieme ! Un Alpino della zona di Chivasso era il “tutore” del fratello minore: il papà era alle Nuove di Torino, la mamma non si sapeva dove fosse andata, la vicina di casa guardava il fratello minore e quando il fratello minore non si presentava a scuola da alcuni giorni  il preside avvisava il maresciallo dei carabinieri, questi faceva un fonogramma alla caserma e l’Alpino era mandato a casa per un paio di giorni. Per evitare il fonogramma, ogni quindici giorni, includevo il nome dell’ Alpino fra i permessi. Al furiere di Compagnia di Pessinetto, che era già sposato, gli era negato il permesso settimanale e aveva solo quello mensile: dovevo rivolgermi al vice comandante di battaglione Maggior Sirombo per la firma. L’armiere, figlio unico, di genitori anziani con allevamento di animali lo si doveva mandare a casa tutte le settimane per alleviare il lavoro di papà e mamma. Allora era prevista la “ Licenza Agricola”, nel periodo della raccolta delle mele, pere e vendemmia le richieste erano molte, si correva il rischio di arrivare alla forza minima presente in Caserma. Un alpino valdostano di Saint Pierre, analfabeta, dopo la lettura della lettera ricevuta che annunciava la nascita di un vitello partorito dalla “Bianca” mi disse: tenente questa sera scappo per andare a casa, “tocca a me dare il nome al nuovo nato”. Gli spiegai che metteva lui e me nei pasticci: sicuri gli arresti a me e a lui al rientro una lunga C.P.R. da scontare alla fine della ferma. Gli chiesi di pensarci bene e gli promisi che alla fine della settimana successiva avrebbe ricevuto il permesso per andare a casa. Il giorno dopo me lo vidi arrivare i mi disse : ho accettato il suo consiglio!

In Caserma girava indisturbata la mula ”GLORIA”, reduce dalla Russia e protetta dal comandante di Battaglione Ten. Col. Carlesimo. Gloria viveva la vita quotidiana della Caserma. Quando Gloria sentiva suonare la tromba si presentava in fondo al cortile centrale sul lato sinistro. Questo avveniva per la sveglia e le adunate e si ripeteva anche per la colazione, il pranzo e la cena: in questi casi non se ne andava se non avesse ricevuto almeno un paio di gallette. Gloria era anziana e lo si notava dall’aspetto del pelo, aveva gli occhi con un leggero velo di catarro, sullo zoccolo sinistro anteriore aveva il numero di matricola e non disponeva più della ‘“ parure” dei finimenti in dotazione ad ogni mulo, se la prendevi sotto braccio si lasciava portare ovunque. La guardia delle salmerie vigilava che la mula non venisse nel cortile centrale della caserma, ma a volte Gloria riusciva ad arrivarci, il pericolo era che sporcasse, bisognava pulire subito per evitare la consegna. Un mulo in genere vive 40 anni, diceva il medico della Scuola Veterinaria di Pinerolo, Gloria doveva essere fra i 35/ 40 anni di vita.

Cosa pesava di più era il servizio come Ufficiale di Picchetto alla porta della Caserma, servizio che si ripeteva ogni quattro/cinque giorni a seconda della presenza di Giorgetta. Anche in questo ruolo davo un aiuto a tutto il battaglione con l’assistenza alla cena ed al pranzo della truppa: analizzavo il menu, conteggiavo i chilogrammi da servire, verificavo se lo scarto fra il preparato e quanto da servire non fosse giusto. Nei nove mesi di servizio alla Caserma Berardi di Pinerolo sono tornato a casa tre volte, per il capitano non era necessario che io andassi a casa...

Sia prima del servizio militare che dopo il congedo, il tempo libero lo dedico alle opere parrocchiali: prima ai giovani, adesso agli anziani e alla domenica in chiesa se necessario. Ho anche svolto volontariato, in anni diversi, in una missione nella selva amazzonica boliviana per aiutare un compaesano frate francescano con il quale collaboro da oltre 35 anni.